Il mercato food italiano nel 2026, dove sta davvero il margine
Il food è la prima ricchezza d'Italia e allo stesso tempo il settore dove pochi guadagnano davvero. La filiera estesa dal campo alla tavola vale circa 707 miliardi di euro (Coldiretti via Il Sole 24 Ore, 2024), l'export agroalimentare tocca il record di 72,4 miliardi (ISMEA/ISTAT, 2025), l'industria di trasformazione supera i 200 miliardi (Federalimentare, 2025). Numeri che raccontano un Paese fortissimo sul prodotto. Poi guardi i margini e la storia cambia.
Nello stesso 2025 la bilancia commerciale agroalimentare torna in deficit per 769 milioni dopo due anni di surplus (ISMEA/ISTAT), l'olio d'oliva cresce a valore del 42,6% mentre il volume sale solo del 6,8% (ISMEA), la GDO fa margine soprattutto sul discount (EBIT 5,1% contro il 2,1% degli altri formati, Area Studi Mediobanca). L'inflazione ha gonfiato i ricavi, non il business. Il nodo è tutto qui: un settore che vende tanto e trattiene poco.
Questo report mette in fila i dati verificati di oltre trenta fonti, dichiara dove si contraddicono e legge il quadro con l'occhio di chi porta a casa il margine, non il fatturato nominale. Sotto, la mappa completa: macro, canali, i dieci segmenti, foodtech, dazi, previsioni al 2030 e il trigger che tiene insieme tutto, il passaggio generazionale.
Guida operativa per il canale online: vendere prodotti alimentari online.
Quanto vale il food italiano, e perché il perimetro cambia tutto
La prima trappola di questo mercato è confondere le cifre. Il valore del food italiano dipende dal perimetro che scegli, e sommare perimetri diversi porta a numeri che non significano niente.
Le tre cifre misurano cose diverse. I 707 miliardi di Coldiretti sono una stima associativa di ordine di grandezza, non un dato ISTAT: convergente con l'"oltre 700 miliardi" di Federalimentare, da leggere come segnale, non come statistica. I 621 miliardi del CREA sono la lettura più solida e verificabile del peso del food sull'economia, dove l'industria alimentare e delle bevande pesa 178 miliardi (28,6% del sistema). Il peso sul PIL oscilla parecchio a seconda di chi misura: 32% per Coldiretti e Federalimentare con la filiera estesa, circa 15% per il CREA con il perimetro statistico. Due letture legittime, due mondi.
La regola che uso quando leggo questi report è secca: mai sommare perimetri diversi. La filiera estesa include l'agricoltura primaria, la ristorazione, l'indotto. L'industria di trasformazione no. Quando qualcuno ti presenta un numero gigante sul food, la prima domanda è sempre la stessa: cosa ci hai messo dentro.
Export record e il ritorno del deficit
Il 2025 dà al food italiano il suo miglior export di sempre e insieme un campanello d'allarme strutturale. Anche qui convivono due cifre che spesso vengono confuse.
Il record dei 72,4 miliardi è confermato da più fonti indipendenti. Ma sotto la superficie, dopo due anni di surplus, la bilancia torna negativa per 769 milioni, corroborato anche da CIA-Agricoltori. Import spinto dai rincari delle commodity: caffè e cacao in testa. La lettura è chiara: puoi esportare da record e comunque importare più di quanto vendi, se i prezzi delle materie prime corrono più veloci dei tuoi listini.
Sul lato agricolo il primato è netto. Il valore aggiunto dell'agricoltura italiana sale a 42,4 miliardi nel 2024 (da 38,9), prima in UE-27 davanti a Spagna (39,5) e Francia (35,1), fonte ISTAT. Attenzione a una doppia lettura che circola male: la crescita è +9% in valore ma solo +3,5% in volume. Citare solo il +3,5% fa sembrare piatta una crescita nominale forte.
I dazi USA al 15% e il conto per il food
Dal 21 agosto 2025 la Commissione UE e l'amministrazione Trump formalizzano un'aliquota generalizzata del 15% sull'agroalimentare europeo verso gli Stati Uniti. Nessuna esenzione per il food. Il conto arriva subito.
Il danno stimato da Coldiretti supera 1 miliardo l'anno, cifra associativa da maneggiare come ordine di grandezza. Un chiarimento sui numeri che girano: le aliquote per singola categoria che si sono viste in primavera (formaggi 25%, pomodoro 22%) erano lo scenario pre-accordo del 23 luglio 2025, basato su elaborazioni Coldiretti su dati ISTAT. Dopo il deal alcune DOP sono scese al 15% onnicomprensivo. Il -23% di agosto è un dato mensile ad altissima volatilità: mostra la direzione, non il trend annuale. La cifra solida da tenere è quella sui dodici mesi, con l'export verso gli USA in calo di circa il 5% e il vino come vittima principale.
Foodtech e investimenti, l'Italia cresce controcorrente
Mentre il capitale globale nel foodtech si ritira e diventa selettivo, l'AgriFoodTech italiano cresce. Piccolo in assoluto, ma in controtendenza.
Il contrasto racconta la fase. In Italia i 122 milioni (+18%) e le 571 startup segnalano un ecosistema che matura e riduce il gap con Germania, Francia e Spagna. Nel mondo il quadro è di raffreddamento: foodtech europeo a circa 3 miliardi (-25%, DigitalFoodLab via Tech.eu), proteine alternative a 881 milioni (-20%, primo anno sotto il miliardo in sette anni, Good Food Institute). Il capitale c'è ancora, ma va solo su chi ha fondamentali. Il tema AI applicata a food e beverage resta a bassa confidenza: le stime al 2034 vanno da 15,8 a 320,9 miliardi di dollari a seconda della research firm (IMARC e altre), dispersione tale da usarlo solo come segnale di trend.
M&A, il food è il segmento più caldo del consumer
Se il venture capital frena, le acquisizioni corrono. Il food è stato il comparto consumer con più operazioni chiuse nel 2025.
| Deal food chiusi 2025 | ~100 (+30%) | |
| Quota deal con player finanziari (PE, family office) | 35-42% | |
| Deal a valore non dichiarato | 91 su 100 | |
| Wine & spirits (segmento top per numero) | 10 deal | |
| Bakery (secondo segmento top) | 10 deal |
Fonte: PwC Italia via Il Sole 24 Ore, 2025.
Circa 100 deal chiusi, +30% sull'anno prima. I player finanziari (private equity, family office, club deal) fanno il 35-42% delle operazioni, mentre gli industriali dominano per controvalore. Il valore noto è di circa 4,12 miliardi di dollari, ma con 91 deal su 100 a valore non dichiarato il reale è più alto. Un avviso: le "122 transazioni" che circolano non sono un forecast 2026, sono l'aggregato biennale che include operazioni annunciate e non ancora chiuse. E il perimetro cambia tra fonti: KPMG conta il Consumer allargato oltre 420 deal per circa 15 miliardi, ma lì dentro c'è anche il fashion. Il food puro è più stretto.
La GDO, dove si è spostato il valore
A valle della filiera, la grande distribuzione alimentare è il fondamentale di domanda che tiene su tutto. Cresce, ma non nel modo che ti aspetti.
Il +4,3% del 2025 vale doppio proprio perché arriva con inflazione pressoché nulla: è crescita a volume, non gonfiata dai prezzi come negli anni precedenti. Ma i numeri assoluti non vanno mescolati. I 109,8 miliardi di Mediobanca sono ricavi societari e non sono confrontabili con i 132,1 miliardi del largo consumo distribuzione moderna di NielsenIQ, né con i 191 miliardi di spesa allargata NIQ che includono tech e durables. Tre perimetri, tre metodi. C'è anche un piccolo conflitto di attribuzione temporale sui 109,8 miliardi: alcune fonti li legano al consuntivo 2024, altre alla rilevazione più recente citando ANSA con 112,88 miliardi (+3%) per il 2024. Uso la cifra del report più recente e la tengo per quello che è.
Il dato che conta per chiunque produca a marchio proprio: i primi sette operatori sono passati dal 52,2% del 2010 al 71% del 2025. Il potere contrattuale si concentra a monte dello scaffale. Chi decide cosa entra e a che condizioni è sempre meno numeroso.
Il discount è dove si fa margine
Dentro la GDO la crescita non è uniforme. Un formato traina tutti gli altri e soprattutto rende molto di più.
| EBIT discount | 5,1% | |
| EBIT altri formati | 2,1% | |
| ROI discount | 16,6% | |
| ROI altri formati | 5,6% | |
| CAGR discount 2019-2024 | +8,4% | |
| CAGR altri canali 2019-2024 | +4,9% |
Fonte: Area Studi Mediobanca, ed. 2026 (dati 2024 per margini, 2019-2024 per CAGR).
Il discount rende oltre il doppio a EBIT e circa il triplo a ROI rispetto ai formati tradizionali. E cresce di più: +8,4% medio annuo contro +4,9% degli altri canali nel 2019-2024, poi +4% a valore nel 2025 tra i migliori performer. Eurospin è la regina degli utili, con 1,93 miliardi cumulati 2019-2024 (EBIT 5,9%, ROI 18,3%), mentre Lidl detiene il 6% del totale GDO come singolo operatore discount più grande, con circa 780 punti vendita e l'obiettivo di 1.000 entro il 2030. Un piccolo conflitto va segnalato: sulla media di settore EBIT, alcune fonti citano 2,7%, altre parlano di 2,9% per gli altri operatori. Il confronto discount contro tradizionali resta solidissimo, la media aggregata la uso con cautela. I decimali intra-discount (quote Eurospin al 30,6% o 31%, andamento Lidl e MD) vengono da singole fonti e perimetri diversi: tengo il messaggio qualitativo, non i numeri al centesimo.
La marca del distributore ha sfondato il muro del 30%
Per chi vende a marchio proprio, questo è il dato più scomodo del report. La private label non è più il primo prezzo, ed è cresciuta fino a superare una soglia storica.
Sul valore assoluto le fonti concordano: 31,5 miliardi e quota omnichannel al 30,4%, con GS1 Immagino che conferma 30,5% su iper più super. Sulle percentuali di crescita invece divergono per metodo: Circana dà +4,1% a valore e +2,6% a volume, TEHA/Ambrosetti per ADM dà +6,8% a valore e +4% a volume. Stesso valore assoluto, crescite diverse: non vanno incrociate. Nella sola GDO tradizionale, escluso il discount, la quota MDD scende a circa 23,1%.
Il punto strategico è la premiumizzazione. La MDD non cresce più solo sulla leva prezzo: i prodotti funzionali, bio e free-from fanno +19%, il first price rallenta a +3%. Anche Lidl premiumizza con le linee Deluxe e le partnership con chef. La marca del distributore è ormai un concorrente diretto sullo scaffale, non un ripiego.
C'è però margine di manovra, perché l'Italia resta indietro rispetto all'Europa.
| Italia (penetrazione MDD) | ~30% | |
| Germania | 43-44% | |
| Spagna | 48-52% | |
| Paesi Bassi | 42-55% | |
| Media europea (17 mercati) | 38,7% |
Fonte: ItaliaOggi, Circana EU6, NielsenIQ via PLMA (384 mld su 17 mercati, MAT W40 2025). Range per periodo e perimetro.
L'Italia è il fanalino di coda tra i grandi europei per la forza storica dei brand nazionali. Il gap è reale e ampio: significa che la pressione della MDD sullo scaffale italiano può ancora salire parecchio. Chi produce a marchio proprio non deve leggere questi 30 punti come un tetto, ma come un punto di partenza.
Ecommerce food e vendita diretta, il canale sottopesato
Qui c'è la contraddizione più interessante del mercato. Il food online cresce sopra la media dell'ecommerce, ma parte da una penetrazione bassissima.
Anche sulla crescita c'è un conflitto di rilevazione: l'Osservatorio B2c dice +7%, NetRetail Netcomm-NIQ dice +8,5% per perimetro e metodo diversi, mentre NielsenIQ misura separatamente il largo consumo online a 2,8 miliardi (+9,1%). Tre lenti, tre numeri, tutti da citare con la fonte esplicita. Il segnale di fondo resta lo stesso: il food online in Italia è ancora marginale, penetra appena il 6,5% contro l'11-12% dell'ecommerce di prodotto totale. E quasi metà di quel poco è food delivery, cioè ristorazione, non brand che vendono diretto.
Questa è la lettura che mi interessa di più, e la riprendo alla fine. Un canale che cresce, che ha headroom enorme e che oggi è presidiato più dai delivery che dai produttori. Chi ha un brand a marchio proprio e vende diretto ha davanti uno spazio ancora largo.
La mappa dei dieci segmenti
Ogni comparto ha la sua storia, ma condividono un pattern netto: crescita a valore trainata dai prezzi, volumi fermi o in calo. Ecco i sei con dati solidi, seguiti da quattro dove la copertura è più sottile.
Olio d'oliva, il caso limite della forbice prezzo-volume
L'olio è la fotografia della fragilità strutturale del settore. Export a valore +42,6% contro volume +6,8%: quasi tutta la crescita è prezzo. La quota italiana sulla produzione mondiale si dimezza al 6,3% mentre la Spagna fa il 36,1%, la produzione nazionale 2024/25 cala a circa 248 mila tonnellate (-24%) e il prezzo origine EVO a Bari resta a 7,58 €/kg, cioè 1,7 volte lo spagnolo e 2,1 volte il tunisino. Struttura frammentata: 620 mila aziende, 4.240 frantoi. Un punto di luce nella nicchia premium: gli oli DOP e IGP crescono a 16.190 tonnellate (+31,1%) con valore produzione a 194 milioni (+46,9%, ISMEA-Qualivita).
Vino, primo al mondo e la contrazione più politica
L'Italia resta prima produttrice al mondo, ma il numero dipende dal metodo: UIV dà 44,4 Mhl (+0,7%), OIV dà 47,3 Mhl (+8%), entrambe stime non consuntivi. L'export cala del 3,7% e gli USA (-9,2%) pesano circa il 60% del deficit, sotto il dazio al 15% operativo dal 7 agosto 2025. Il fatturato aggregato del sub-perimetro Mediobanca (255 società oltre 20 milioni) è di circa 12 miliardi, con EBIT -9,5%: settore polarizzato e selettivo. In controtendenza il Prosecco DOC, a 667 milioni di bottiglie (+1,1%), 3,6 miliardi di valore, oltre l'82% export e USA addirittura +23,3% nonostante i dazi. Un chiarimento sul consumo interno: la cifra "35,6 litri 2025" che circola viene da una sintesi secondaria non primaria, la scarto. Il dato solido è 37,8 litri nel 2024.
Birra, cala tutto tranne l'analcolica
Consumo giù del 2,5%, pro capite a 35,9 litri da 36,8. L'unico segmento che sale è l'analcolica, dal 2,1% al 3,9%, spinta dalla Gen Z. Un avviso di serie: Birritalia 2025-26 (Circana) usa un perimetro diverso e riporta 21,5 Mhl (-1,5%) e pro capite 36,4 litri. Le due serie non sono sovrapponibili, uso AssoBirra in modo coerente.
Caffè, la tempesta perfetta
Il Comitato Italiano Caffè la chiama tempesta perfetta e i numeri lo confermano: prezzo retail +20,7%, materia prima verde raddoppiata, ed EUDR in arrivo. Attenzione, e qui correggo un dato obsoleto molto diffuso: il regolamento europeo anti-deforestazione EUDR entra in applicazione il 30 dicembre 2026 per le grandi e medie imprese e il 30 giugno 2027 per micro e piccole, dopo la proroga del Reg. UE 2025/2650. Le date "dicembre 2025 / giugno 2026" che si trovano in giro sono superate. Sanzioni fino al 4% del fatturato UE.
Miele, ripresa ma dipendente dall'import
Ripresa produttiva a quasi 31 mila tonnellate, ma con un conflitto di perimetro da dichiarare: ISMEA per il 2024 stima 21.850 tonnellate, il CREA circa 22.000 strutturali. Metodi diversi, leggere come ordini di grandezza. Resta la dipendenza dall'estero, con il 46% del fabbisogno coperto da import (forbice 46-50% per anno e metodo) e la minaccia costante delle frodi.
Pasta, formaggi, salumi, dolci e conserve, il buco nei dati
La meta-analisi non contiene numeri verificati e isolabili per pasta, formaggi, salumi, dolci e conserve come segmenti a sé. Lo dichiaro apertamente: dove il dato manca, non lo invento. Questi comparti compaiono in modo trasversale (i formaggi e la pasta tra le categorie colpite dallo scenario dazi pre-accordo, la bakery come segmento M&A top con dieci deal insieme al wine, i salumi dentro l'aggregato dell'industria di trasformazione oltre i 200 miliardi), ma senza fatturati di filiera puntuali paragonabili a olio, vino, birra, caffè e miele. Per una lettura seria di questi cinque serve un ingest dedicato delle fonti di comparto (Unione Italiana Food per pasta e dolci, Assica per i salumi, Assolatte per i formaggi, Anicav per le conserve). Preferisco segnalare il vuoto che riempirlo con stime che non reggono.
Consumi e salute, il vero motore della domanda
La salute è diventata il driver che muove l'innovazione di prodotto. Proteine e benessere intestinale guidano, il plant-based torna a crescere in Italia.
Il 17% degli italiani dichiara una dieta iperproteica (Rapporto Coop 2025), circa il 60% dei consumatori globali aumenta le proteine (Innova Market Insights, dato globale non europeo, da non spacciare per Europa), i lanci mondiali con claim gut health salgono del 61%. In parallelo i prodotti arricchiti rich-in valgono 5,8 miliardi (+2%) e i free-from 12,5 miliardi (+1,7%), letti da etichetta da GS1 Immagino. Il messaggio per un produttore è netto: la domanda premia salute credibile, proteina reale, funzionalità dichiarabile.
Sostenibilità, maturazione ambivalente
La sostenibilità muove le scelte ed è entrata in una fase di maturazione dove il claim vago non basta più.
Il bio penetra il 93% delle famiglie e vale 2,2 miliardi nella distribuzione moderna (da non confondere con i circa 5,2 miliardi di consumo domestico bio totale, che include specializzato, horeca ed export). Il packaging sostenibile guida le scelte di 7 italiani su 10, con il 52% disposto a pagare un premio, primato europeo. Ma i green claim generici rallentano e la stretta normativa arriva: la direttiva ECGT/EmpCo (2024/825) vieta i claim generici non comprovati con applicazione da settembre 2026. Un chiarimento normativo importante: la Green Claims Directive complementare, quella sulla verifica ex-ante, è stata di fatto ritirata e sospesa da giugno 2025, con l'Italia che ha tolto il sostegno il 23 giugno. Resta in vigore la ECGT. La tensione tra dichiarato e comportamento reale è concreta: McKinsey segnala una crescente sensibilità al prezzo che frena il premium sostenibile quando il portafoglio stringe.
Inflazione e prezzi, cambio di regime nel 2026
Dopo un 2025 calmo, il 2026 riparte a salire. E il food resta la voce che il consumatore percepisce di più.
| Inflazione generale 2025 (media annua) | +1,5% | |
| Alimentari e bevande 2025 | +2,9% | |
| Alimentari non lavorati (freschi) 2025 | +3,4% | |
| Inflazione generale giugno 2026 (tendenziale) | +3,0% | |
| Freschi giugno 2026 (tendenziale) | +4,5% |
Fonte: ISTAT, Prezzi al consumo 2025 (definitivo) e giugno 2026 (provvisori).
Nel 2025 l'indice generale è a +1,5%, ma il food corre quasi il doppio a +2,9% e il fresco a +3,4%. Nel 2026 il quadro cambia: non più disinflazione, ma risalita a +3,0% a giugno spinta dagli energetici, con i freschi ancora la voce più calda a +4,5% pur in decelerazione. La spesa alimentare domestica delle famiglie sale del 5,2% nel primo semestre 2025, trainata da prezzi e volumi, con il Sud a +6,9% e il Nord-Est a +3,5%. Segnale positivo dai volumi: il largo consumo confezionato cresce del +4,4% a valore e +2,6% a volume nel 2025 (NielsenIQ), ripresa reale non solo inflattiva. Un dato normativo da tenere d'occhio: la legge anti-shrinkflation 166/2024, con l'obbligo di etichetta sulla sgrammatura, non è ancora in vigore, slittata al 1 luglio 2026 (correzione rispetto a chi la dava attiva da ottobre 2025), con l'UE che ha aperto procedura d'infrazione.
Previsioni 2026-2030, cresce il valore non il volume
Guardando avanti, il campo di battaglia europeo si sposta sul margine. La crescita a volume è quasi piatta.
Sul foodservice italiano le previsioni divergono parecchio: Mordor Intelligence proietta l'Italia da 108,25 a 183,48 miliardi di dollari al 2031 con CAGR 9,15%, ma la stessa Mordor in un'altra edizione dà 9,86% e Spherical Insights scende a 5,71%. Range di scenario dal 5,7% al 9,9%: fonte singola per edizione, confidenza media, uso il ventaglio non il punto. I functional foods europei crescono a CAGR 8% verso i 168,6 miliardi al 2030 (Grand View Research), l'online food delivery Italia verso 9,53 miliardi al 2029 con CAGR 7,49% (Statista, cifre dietro paywall). Il food e grocery retail europeo nel suo complesso cresce poco, con CAGR strutturalmente basso attorno al 2,7-2,8% (Grand View, confidenza bassa sul dato Europa-specifico). Traduzione: nei prossimi anni chi vuole crescere davvero lo fa sul mix, sul premium e sui canali ad alto margine, non sul volume di mercato.
Il passaggio generazionale, il trigger che tiene insieme tutto
Sotto la superficie dei numeri di mercato c'è la forza che collega innovazione, M&A e opportunità di crescita: il ricambio ai vertici delle aziende food familiari. Nel food è più acuto che altrove.
Il quadro è statisticamente chiaro. Il controllo familiare nel food è più stretto (79,3%), i leader over 70 sono più numerosi (28,5%), e nei board l'under 40 pesa il 30,4% contro il 26,1% medio: il doppio decisore, founder anziano più erede giovane, è reale. Gli eredi food hanno meno esperienza esterna (19,4% contro 24,3%) ma sono più istruiti (89,2% con diploma, 57,1% con studi economico-finanziari). E c'è un dato che vale come prova: il passaggio ben gestito porta in media +7,4% di ricavi l'anno, +3,5% di ROE, +11,5% di immobilizzazioni (Osservatorio AUB XVI ed.). Le imprese familiari food rendono già di più delle non familiari, con ROI 9,6% contro 5,5%.
Il conflitto apparente va sciolto: l'aggregato delle familiari accelera il ricambio (dall'1,5% al 2,1% annuo), il food invece rallenta (dal 2,3% del 2020 all'1% del 2024). Sono due tagli diversi dello stesso osservatorio. Nel food l'urgenza è massima proprio dove il ricambio è più lento. Sulla sopravvivenza ai passaggi le cifre canoniche (circa 30% alla seconda generazione, 12-13% alla terza) vanno usate come ordine di grandezza, non come dato puntuale: oscillano tra le fonti. Anche l'85,4% di società GDO a controllo familiare, con consigli di amministrazione che ringiovaniscono, conferma che il tema attraversa tutta la filiera, non solo la produzione.
Dove si guadagna davvero
Metto insieme i fili. Il food italiano cresce a valore più che a volume in quasi ogni comparto, la GDO fa margine sul discount e concentra il potere in sette mani, la marca del distributore ha superato il 30% e si premiumizza, i dazi mordono l'export, l'inflazione risale. In questo quadro, il fatturato nominale mente. Chi legge solo il ricavo pensa di crescere mentre erode il margine.
Il punto cieco del mercato è il diretto. L'ecommerce food penetra appena il 6,5%, e quasi metà è delivery, cioè ristorazione. Il canale dove un brand a marchio proprio trattiene il margine intero, senza cedere il 30% di scaffale alla MDD e senza subire il potere contrattuale dei sette grandi, è quello più sottopesato. Lì dentro c'è lo spazio che gli altri lasciano libero. Non è un caso che le aziende food familiari con il ricambio ben gestito crescano del +7,4% l'anno: la competenza digitale che l'erede porta in azienda, applicata al diretto, è esattamente la leva che oggi manca.
- Sposta il metro dal fatturato al margine. Se il tuo +15% di ricavi arriva da un +14% di prezzo e +1% di volume, non stai crescendo, stai galleggiando sull'inflazione. Misura la crescita al margine di contribuzione per canale, poi decidi dove spingere.
- Presidia il diretto prima che lo faccia qualcun altro. Con l'online food al 6,5% di penetrazione e la MDD che si mangia lo scaffale, il canale diretto (ecommerce proprio, negozi, DTC) è dove trattieni il margine pieno. È il campo meno affollato del food italiano oggi.
- Usa il passaggio generazionale come acceleratore. Il dato dice +7,4% di ricavi l'anno quando è gestito bene. L'erede che entra con competenza digitale e il founder che conosce il prodotto sono la ricetta giusta, se lavorano sullo stesso metodo invece che su due visioni separate.
Il food italiano ha domanda solida. Quello che manca è margine, e il margine si difende sul posizionamento e sul canale diretto, non sui volumi che l'inflazione gonfia e sgonfia.
Ne parliamo per il tuo brandFonti e metodo
Questo report è una meta-analisi multi-fonte con dati aggiornati a luglio 2026. Ogni numero è attribuito alla sua fonte inline. Dove le fonti si contraddicono, il conflitto è dichiarato apertamente e sono citate entrambe. Dove un dato manca (pasta, formaggi, salumi, dolci, conserve come segmenti puntuali), l'assenza è segnalata invece di essere colmata con stime. Le stime associative sono distinte dai dati statistici, e i perimetri diversi non vengono mai sommati.
- ISTAT, L'andamento dell'economia agricola (2024) e Prezzi al consumo (2025 definitivo, 2026 provvisori)
- Federalimentare, Rapporto 2026 con Centro Ricerca Luiss-X.ITE
- Area Studi Mediobanca, Osservatorio GDO alimentare (ed. 2026) e Osservatorio olio/vino
- ISMEA e ISMEA/ISTAT, rapporti di settore (export, olio, vino, miele, consumi famiglie)
- Coldiretti su ISTAT (filiera estesa, dazi, export USA)
- CREA / Rete Rurale Nazionale (sistema agroalimentare SAAC)
- NielsenIQ, Guida Largo Consumo e NIQ Insight Summit 2026
- Circana, XXII Rapporto Marca e retail scanner
- GS1 Italy, Osservatorio Immagino (18ª ed.)
- TEHA / The European House-Ambrosetti per ADM (private label)
- Osservatorio eCommerce B2c Netcomm-Politecnico di Milano; Netcomm NetRetail con NIQ
- FIPE-Confcommercio, Rapporto Ristorazione 2026; Deloitte Foodservice Market Monitor 2026; TradeLab/Centromarca
- UIV-Unione Italiana Vini/Osservatorio del Vino su ISTAT; OIV; Consorzio Tutela Prosecco DOC
- AssoBirra, Annual Report 2025; Unione Italiana Food (caffè, torrefazione)
- ISMEA-Qualivita 2025 (DOP e IGP); Osservatorio Nazionale Miele
- PwC Italia (M&A food); KPMG (M&A Italia 2025); AIFI-PwC (PE/VC)
- AgFunder (foodtech globale); DigitalFoodLab (foodtech Europa); Good Food Institute e GFI Europe (proteine alternative, plant-based)
- Osservatorio AUB (AIDAF-UniCredit-Bocconi) su Il Sole 24 Ore (passaggio generazionale)
- Rapporto Coop 2025 (Ancc-Coop/Nomisma/NielsenIQ); Innova Market Insights; Nomisma (bio, packaging, benessere)
- McKinsey (State of Grocery Europe 2026, packaging sostenibile); Mordor Intelligence, Grand View Research, Statista (previsioni)
- UNEP, Eurostat, Waste Watcher International Observatory (spreco alimentare); Commissione UE e Reg. UE 2025/2650 (EUDR, ECGT, dazi)